Per polifarmacoterapia si intende generalmente l’assunzione contemporanea di cinque o più farmaci. Tuttavia, il numero di medicinali non rappresenta di per sé un indice di inappropriatezza. Molti pazienti anziani necessitano di trattamenti complessi, pienamente giustificati dalle evidenze scientifiche e dalle linee guida. Il problema emerge quando la terapia non viene rivalutata periodicamente oppure quando si aggiungono prescrizioni successive senza una visione d’insieme, con il rischio di duplicazioni, interazioni farmacologiche, effetti indesiderati e riduzione dell’aderenza terapeutica. L’organismo dell’anziano è caratterizzato da modificazioni fisiologiche che influenzano il meccanismo di azione dei farmaci. La riduzione della funzione renale ed epatica, ad esempio, rallenta l’eliminazione di numerosi principi attivi, mentre le variazioni della composizione corporea modificano la distribuzione degli stessi. Anche la risposta dei recettori cellulari cambia con l’età, aumentando la sensibilità ad alcune classi farmacologiche, come sedativi, ipnotici e oppioidi. Per tali motivi il rischio di eventi avversi cresce sensibilmente, pure in presenza di dosaggi considerati normalmente appropriati per soggetti più giovani.
Le conseguenze di una polifarmacoterapia non giustificata possono essere importanti e incidere significativamente sulla qualità della vita. Sonnolenza, stato confusionale, ipotensione ortostatica, insufficienza renale acuta, alterazioni elettrolitiche, sanguinamenti, delirium e cadute rappresentano alcune delle complicanze più frequenti. Le cadute, in particolare, costituiscono una delle principali cause di perdita dell’autonomia nell’anziano e sono spesso correlate all’assunzione concomitante di terapie che agiscono sul sistema nervoso centrale o sulla pressione arteriosa.
Un ulteriore elemento di criticità è rappresentato dalle interazioni farmacologiche. Nel contesto di un piano terapeutico individuale, l’aumento del numero dei medicinali, può determinare infatti una parallela crescita delle possibili interferenze tra principi attivi. Alcune associazioni possono amplificare gli effetti terapeutici fino a renderli pericolosi, mentre altre ne riducono l’efficacia compromettendo il controllo della patologia. Per questo il monitoraggio regolare dei trattamenti prescritti rappresenta ad oggi uno degli strumenti più efficaci per migliorare la sicurezza del percorso di cura e ridurre il rischio di effetti collaterali o non desiderati.
Non è un caso se, negli ultimi anni, ha assunto rilevanza il concetto di “deprescrizione”, processo clinico che consiste nella rivalutazione critica dello schema posologico con l’obiettivo di sospendere, quando opportuno, i trattamenti non più necessari o quelli il cui rapporto rischio-beneficio sia diventato sfavorevole. Deprescrivere non significa curare meno, ma curare meglio, personalizzando gli interventi sulla base delle condizioni cliniche, dell’aspettativa di vita e degli obiettivi specifici di ogni paziente.
Esiste tuttavia un fenomeno in progressivo aumento: l’assunzione autonoma di integratori alimentari, vitamine e prodotti fitoterapici. Molti pazienti vi ricorrono convinti che il termine ‘naturale’ sia sinonimo di ‘innocuo’. In realtà, numerosi formulati possono alterare l’efficacia dei farmaci prescritti o amplificare le reazioni avverse. Il Ginkgo Biloba e il Ginseng, ad esempio, interferiscono rispettivamente con gli anticoagulanti (aumentando il rischio di emorragie) e con il metabolismo dei farmaci cardiovascolari (causando picchi pressori o scompensi). Altre categorie fortemente esposte a queste interazioni sono gli antidepressivi, gli immunosoppressori e gli antiepilettici, di cui viene compromessa l’efficacia o potenziata la tossicità. Anche comuni rimedi per la reintegrazione di calcio, ferro o magnesio possono diminuire l’assorbimento di alcuni antibiotici o di altri medicinali se assunti contemporaneamente. Tale problema è aggravato dal fatto che molti pazienti non comunicano spontaneamente l’utilizzo di questi prodotti, poiché non li considerano parte della propria terapia. Durante ogni valutazione clinica è perciò fondamentale raccogliere un’anamnesi farmacologica completa che includa non solo i medicinali prescritti, ma anche quanto acquistato autonomamente. Una ricognizione periodica e accurata dello schema terapeutico rappresenta, quindi, uno strumento essenziale per prevenire interazioni potenzialmente pericolose e garantire una gestione realmente sicura del paziente anziano e fragile.
In questo percorso, l’infermiere riveste un’importanza strategica. La sua presenza costante accanto al paziente permette infatti di intercettare tempestivamente segni di tossicità, variazioni cognitive, instabilità motoria, sbalzi pressori o difficoltà nell’assunzione dei farmaci. Queste osservazioni consentono al medico di orientare precocemente la rivalutazione del trattamento, prevenendo complicanze severe. Sul piano dell’educazione terapeutica, l’infermiere ha il compito di informare l’assistito e i caregiver sul rispetto di dosi e orari, scoraggiare l’automedicazione e abituare a dichiarare sempre l’assunzione di integratori ed erbe officinali. Determinante, infine, è il contributo infermieristico nelle fasi di ricognizione e riconciliazione farmacologica, specie durante i passaggi di setting tra ospedale, territorio e domicilio. Effettuare costantemente l’aggiornamento dei farmaci, intercettare duplicazioni o discrepanze e fluidificare la comunicazione tra i diversi professionisti sanitari consolida in modo concreto la sicurezza complessiva della persona.
Allo stato attuale, la gestione della polifarmacoterapia richiede un approccio multidisciplinare, in cui medico di medicina generale, geriatra, specialisti, farmacisti e infermieri collaborano per garantire un iter terapeutico appropriato, efficace e sicuro. Nessun professionista, da solo, può gestire l’eterogeneo stato di salute del paziente fragile. In una società sempre più longeva, la qualità dell’assistenza non si misura in base al numero di farmaci prescritti, ma sulla capacità di selezionare quelli davvero necessari, monitorandone gli effetti e rivalutandoli nel tempo. Più che una semplice questione biochimica, la polifarmacoterapia è una condizione clinica delicata che esige competenze mirate, ascolto e continua attenzione alla persona nella sua globalità. Solo attraverso una presa in carico condivisa, un’efficace educazione alla salute e una vigilanza attiva è possibile trasformare la complessità della terapia in un’opportunità di cura su misura, riducendo i rischi e migliorando la qualità di vita della popolazione.








