Il bambino che fa (sempre) la spia, cosa c’è dietro? Differenze tra “Tattling e Telling”.

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Perché i bambini fanno la spia? Questa è una domanda molto interessante che forse è stata un pò sottovalutata. Siamo stati tutti bambini e sarà capitato sicuramente anche a noi di fare la spia o di esserne stati oggetto, ma cosa succede se ci troviamo di fronte ad un comportamento replicato in modo assiduo? Per scoprirlo, è necessario operare degli affondi riflessivi per scorgere se dietro questo comportamento reiterato c’è qualcosa di più.

Le motivazioni del “fare la Spia” sono diverse, ci sono, ad esempio, bambini che fanno la spia per attirare l’attenzione e altri che lo fanno per competere con i loro pari o con i loro fratelli. Pertanto, è importante indagare sul “perché” di questo comportamento.

Distinguamo innanzitutto tra “Tattling e Telling”.

“Tattling” si traduce in italiano come “fare la spia”, spettegolare o raccontare accadimenti per far finire nei guai un’altra persona, specialmente per questioni di poco conto. È diverso da “telling” (raccontare), che si riferisce a informare un adulto su una situazione pericolosa o di danno per proteggere qualcuno.

Tattling è quindi letteralmente “fare la spia”: questo comportamento ha lo scopo di far in modo che qualcuno finisca nei guai. Solitamente si riferisce a situazioni che gli individui potrebbero risolvere da soli o sono già state risolte. Può essere motivato dal desiderio di attenzioni o di ostilità talvolta anche inconscia.

Ad esempio, dire a un insegnante che qualcuno non ha colorato, che ha saltato la fila, o che non sta svolgendo il suo lavoro, è un chiaro esempio di “tattling”.

Telling significa invece “raccontare” e serve a proteggere qualcuno da un danno fisico o emotivo. È una risposta appropriata quando qualcuno si trova in una situazione di pericolo: dire ad un adulto che qualcuno sta picchiando un altro bambino o che sta usando parole offensive, rientra nella sfera del “telling”.

Ma cosa si cela dietro ad un bambino che fa spesso la spia?

Un bambino che fa spesso la spia può avere problemi di sviluppo sociale. Questa azione può nascondere il desiderio di mettersi al di sopra degli altri, soprattutto di fronte agli adulti. Inoltre, può essere agìto perché questi bambini si sentono obbligati a denunciare quelle norme che non sono state rispettate, al fine di ottenere il favore degli anziani o semplicemente come un modo per compiacere i genitori che il più delle volte presentano una struttura di personalità rigida che si riscontra, di conseguenza, nelle modalità educative del sistema familiare.

Quando un bambino denuncia un altro perché fa qualcosa contro le norme o le regole stabilite, può essere per diversi motivi, conosciamoli:

vuole attenzioni, indipendentemente da ciò che accade;

ha il desiderio di compiacere gli adulti e ingraziarsi gli altri;

vuole dimostrare che ha imparato le regole che gli sono state insegnate molto bene;

si sente obbligato a segnalare cose che vanno contro le norme stabilite perché così gli si chiede di fare dai genitori.

A quattro anni, nella loro mente, i bambini hanno già interiorizzato concetti come onesto, ragionevole, buono o cattivo. Per questo, quando qualcuno non ha un comportamento desiderabile, il minore lo accusa come un modo per differenziare ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Dai sette anni in poi, il comportamento reiterato e costante, può divenire disfunzionale soprattutto a livello sociale e relazionale. Questo comportamento, infatti, tende a diminuire naturalmente tra i 3 e i 6 anni, strettamente legato alle tappe dello sviluppo cognitivo, mano a mano che il bambino accresce la capacità di distinguere tra azioni proprie e altrui e comprende le conseguenze del suo comportamento.

Far la spia è sicuramente un modo per cercare di ottenere attenzione, per “testare le acque” nelle relazioni con gli adulti, o per esprimere frustrazione verso un altro bambino, ma può trattarsi anche di mancanza di maturità: I bambini più piccoli non hanno ancora sviluppato la capacità di capire le implicazioni di fare la spia, e si concentrano su ciò che vedono e sentono nel presente ma quelli più grandicelli che conoscono le conseguenze del loro e dell’altrui comportamento risultano carenti di senso di empatia e di consapevolezza sociale verso l’altro. A volte, fare la spia può essere un modo per un bambino di voler stabilire o capire meglio le regole sociali o, all’opposto segnala un’eccessiva dose di norme da rispettare che sente come un peso.

Cosa fare come genitore?

Come intervento educativo, si può usare l’occasione per educare il bambino sulla differenza tra segnalare un comportamento pericoloso e fare la spia per un piccolo torto o per risultare “più bravi” dell’altro bambino agli occhi dell’adulto, o ancor peggio una “spia” fine a sè stessa. Inoltre è molto importante insegnare la risoluzione dei conflitti: aiutare i bambini a sviluppare le abilità per risolvere i conflitti da soli, senza coinvolgere sempre l’adulto, è fondamentale. Un bambino che tende a coinvolgere in modo assiduo il genitore e quindi l’adulto in questioni riguardanti i pari, è tendenzialmente un bambino insicuro e/o ansioso che necessita di un’approvazione costante per sentirsi integro in tutte le sue parti.

È importante insegnare loro che nessuno è perfetto e che tutti possiamo migliorare e che sicuramente lui, in qualche occasione, ha fatto cose che non andavano bene. E’ necessario che il genitore eviti di assumere posizioni esagerate e/o inquisitorie che incoraggiano questi atteggiamenti.

Abbiamo compreso quindi, come il comportamento “da spia” nei bambini possa avere molteplici cause:

il bisogno di attenzione;

il bisogno di ottenere una reazione da parte dei genitori;

il desiderio di sentirsi superiori, importanti (in un mondo dominato dagli adulti, fare la spia può far sentire il bambino più potente o responsabile);

il ruolo (o mandato) che assume il bambino-spia all’interno della famiglia;

la necessità di essere accettati e visti come bravi ed infallibili;

frustrazione e rabbia: a volte, tale comportamento può essere un modo per esprimere la rabbia che il bambino non ha modo di manifestare, soprattutto se si sente escluso o trascurato o se cresce in un clima educativo rigido.

Il comportamento, inoltre, può essere legato a un’ansia generalizzata o a problemi di sicurezza che il bambino non sa gestire in altro modo.

In alcuni casi, però, questo atteggiamento, può essere un sintomo di un disagio più profondo, come la ricerca di attenzione positiva o negativa, insoddisfazione, o persino un’espressione di conflitti familiari, (Il bambino potrebbe essere il “portavoce” di un malessere più ampio che spesso viene anche malcelato nel sistema familiare). In altri casi, può aver imparato questo comportamento da altri bambini o da un ambiente in cui le “spiate” vengono premiate. È importante, ad ogni modo, non etichettare il bambino, ma cercare di capire le ragioni dietro questo comportamento.

Come affrontare la situazione:

Incoraggiare altre forme di comunicazione, aiutare il bambino ad esprimere i suoi bisogni e sentimenti attraverso parole o azioni alternative, evitando il comportamento da spia.

Valutare il contesto familiare: In alcuni casi, potrebbe essere necessario parlare con uno psicologo per esplorare eventuali disagi familiari che potrebbero essere la causa del comportamento del bambino. Ricercare le cause: cercare di capire se il bambino ha un bisogno specifico di attenzione o se sta manifestando qualche altra forma di disagio.

A volte, il comportamento può essere innocuo, ma è importante intervenire se diventa eccessivo, costante e soprattutto se causa problemi agli altri oltre che a sé stesso. Un bambino con questa condotta ripetuta potrà, successivamente, essere isolato dal gruppo dei pari.

Dott.ssa Ilenia Gregorio
Psicologa Sociale iscritta all’Ordine degli Psicologi della Regione Campania N. 9622, Psicopedagogista Clinica, Mediatore Familiare Sistemico, Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale (Polo Clinico Centro Studi Kairos sede di Napoli dell’Accademia di Psicoterapia della Famiglia di Roma). Ha conseguito la Laurea cum Laude a ciclo unico in Scienze Psicopedagogiche presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli discutendo la Tesi in Psicologia Dinamica sui Meccanismi di difesa e le dinamiche psichiche del paziente oncologico. Ha conseguito, inoltre, una seconda Laurea Magistrale in Psicologia Sociale, dei Servizi e delle Organizzazioni approfondendo la Psicologia dei Processi Cognitivi nelle malattie croniche e neurodegenerative con una Tesi sui Disturbi Cognitivi, Affettivi e Comportamentali nella malattia di Parkinson presso l’Università di Roma. Impegnata da anni nel campo della ricerca e del sostegno psicologico e psicopedagogico in oncologia e nelle malattie neurodegenerative inizia nel 2006, la collaborazione in qualità di ricercatrice e supporto alla ricerca con l’INT Fondazione Pascale di Napoli nel Dipartimento di Ginecologia Oncologica e di Psiconcologia che la vede impegnata ancora oggi in Progetti di Ricerca, psico-educazione, sostegno psicologico alle famiglie con patologia oncologica, e psicoterapia occupandosi sia di pazienti pediatrici che di pazienti adulti. Esperta in Infant Observation e Play Therapy, Docente e Formatore ha collaborato con la Lega Italiana Lotta ai Tumori (sezione di Napoli), con la Regione Campania e con enti pubblici e privati in Progetti di educazione Socio-Sanitaria, Counseling psicologico e corsi di formazione regionali. Relatrice in diversi Convegni e Seminari riguardanti tematiche Psicologiche e Pedagogiche è specializzata, inoltre, nel sostegno di famiglie multiproblematiche e devianti avendo lavorato con nuclei familiari a rischio e con forte disagio socio- economico e culturale della II e III Municipalità di Napoli. E’stata ospite in diverse trasmissioni televisive e radiofoniche trattando tematiche psicologiche, pedagogiche e di salute e benessere. Ha lavorato in Progetti nel campo delle disabilità ed ha coadiuvato programmi di Psicologia della Nutrizione ed Educazione Alimentare nelle scuole e in centri privati. Pubblicista e autrice e di Articoli per diverse testate mediche on line è stata impegnata nella S.C. di Epidemiologia e Biostatistica dell’Istituto Tumori di Napoli in attività connesse all’ Emergenza SARS CoV-2. Attualmente lavora come Psiconcologa presso la U.O.C. di Radioterapia dell’INT di Napoli “Fondazione G. Pascale” con pazienti pediatrici e pazienti adulti in trattamento radioterapico.

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