RESILIZIENZA in quarantena: quando l’abuso di un termine può creare un danno

Articolo scritto in collaborazione dal Dott. Lorenzo Baldassarri e Il Dott. Andrea Giammaria.

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Dite la verità: quanti di voi hanno mai sentito il termine attuario?aggiotaggio? Che ne dite invece di resilienza? E quanti ne conoscono i rispettivi significati?

Tranquilli. Si tratta di tre parole molto tecniche appartenenti a discipline diverse, tuttavia siamo pronti a scommettere che, se ne avete sentita una, la sarà sicuramente resilienza sarà resilienza.

Anzi, siamo pronti a rilanciare: molti di voi si saranno imbattuti spesso in questo tecnicismo della psicologia a partire dal periodo della quarantena, leggendo qua e là su internet.

Non pensate male: da psicologi siamo più che felici che il cervello delle persone, soprattutto in un periodo di stress prolungato, aumenti la plasticità sinaptica tramite la lettura di articoli che possano aiutare in questo difficile periodo.

Tuttavia, da riflessioni, pareri e scambi reciproci tra colleghi, ci siamo accorti di quanto questo termine avesse ormai intrapreso una strada senza ritorno verso la banalizzazione.

Che sia forse iniziato così il percorso di perdita di significato della parola in esame?

Quello che sappiamo, in quanto psicologi e psicoterapeuti, è che abbiamo assistito nel corso degli ultimi anni ad un massiccio uso di questa parola, probabilmente dovuto alla facile spendibilità del suo significato.

Se leggiamo la definizione contenuta nella Treccani possiamo notare l’excursus avuto dal termine resilienza: “resiliènza s. f. [der. di resiliente]. – 1. Nella tecnologia dei materiali, la resistenza a rottura per sollecitazione dinamica, determinata con apposita prova d’urto: prova di r.; valore di r., il cui inverso è l’indice di fragilità. 2. Nella tecnologia dei filati e dei tessuti, l’attitudine di questi a riprendere, dopo una deformazione, l’aspetto originale. 3. In psicologia, la capacità di reagire di fronte a traumi, difficoltà, ecc.” (www.treccani.it, vocabolario on-line).

Questa parola è stata mutuata dall’ingegneria dei metalli (punto 1) fino ad arrivare al suo utilizzo nel vocabolario psicologico. La deriva psicologica del termine (punto 3) è di per sé accattivante, veritiera, ma anche molto generalista. Gli addetti ai lavori nel campo della psicologia sanno perfettamente che non esiste un solo modo di reagire ad un trauma e soprattutto che tutti i traumi non sono uguali e obbligatoriamente ascrivibili ad un solo accadimento nella vita personale.

La Psicologia Funzionale ad esempio (oggi chiamata Neo-Funzionalismo), modello teorico di riferimento in cui siamo specializzati, spiega bene che “Le deprivazioni affettive, di accudimento, di protezione, di guida, di contatto, di regolazione emotiva (e molte altre) provocano molti più danni alla struttura di funzionamento della persona rispetto all’episodio traumatico intenso (abuso, violenza, incidente ecc.)” (Rispoli L. “Esperienze di Base del Sé. L’Evolutiva nella Psicoterapia Funzionale”, FrancoAngeli, 2015, Milano).

Da questo breve esempio possiamo facilmente capire come non possa esserci una unica resilienza, intesa come un unico modo di affrontare o reagire ad una situazione.

Cos’è successo in seguito?

Purtroppo, la ricerca affannosa della ricetta e della soluzione veloce e miracolosa, ha dato spazio a figure poco professionali (ma molto commerciali!) che hanno fatto della resilienza la pillola della felicità da vendere massicciamente. Peccato che il contenuto fosse fuorviante e semplificato all’estremo, fino a stereotiparne il significato esclusivamente su una polarità.

Si è relegata la parola resiliente quasi a sinonimo di guerriero, insistendo unicamente sulla necessità di superare le avversità tramite reazione forte, immediata, rabbioso-aggressiva se necessario, ma comunque da “vincenti” che non si fanno abbattere e schiacciare MAI.

C’è gente che ne fa un vero e proprio modello esistenziale, una sorta di abito cucito addosso. Non è una metafora! Alzi la mano chi non ha ancora visto qualcuno tatuarsi la parola resilienza o disegni delle più svariate culture che richiamino immagini archetipiche di guerrieri.

Questa visione, in barba alla complessità bio-psico-emotiva dell’essere umano e alla variabilità dell’ambiente (Epigenetica), ha fatto inesorabilmente breccia, entrando nell’immaginario collettivo e nel linguaggio popolare grazie al suo impatto salvifico che glorifica i combattenti. Che succede se esasperiamo questo ragionamento? Che forza diventa esclusivo sinonimo di durezza o di rabbia mentre, per contrasto, morbidezza e calma non possono che venire associati alla debolezza.

Da qua è partita la corsa ai tatuaggi per far vedere “quanto siamo forti contro tutto e tutti” (in genere contro una vita personale non soddisfacente) o ai post social dove la resilienza-distorta viene inneggiata come panacea e come indicazione di reazione efficace per ogni persona e per ogni contesto di difficoltà.

Analizziamo ora la difficoltà della quarantena.

Ci troviamo da quasi due mesi in uno stato coercitivo, obbligati alla sospensione delle normali attività della nostra vita. Vi è una situazione che limita la libertà individuale come mai prima d’ora, condita dal martellamento mediatico che ribadisce ossessivamente la retorica dell’#iorestoacasa incondizionato, come se le condizioni per farlo fossero identiche per tutti.

Per analizzare cosa significa tutto questo tradotto in termini psicologici, ci viene in aiuto ancora la Psicologia Funzionale. Questa teorica psicologica, che affonda le sue radici nelle neuroscienze, nella fisiologia, nella biologia, nella psicologia del Sé (e molto altro) è un modello integrato con una personale epistemologia che studia, analizza e interviene su tutti i piani di funzionamento dell’essere umano: cognitivo, emotivo, posturale-muscolare e fisiologico.

Come agisce il vissuto della quarantena su queste quattro macro-aree di funzionamento della persona? Sul Piano cognitivo, ad esempio, vi è una over-stimolazione data da informazioni di ogni genere, spesso contrastanti fra loro, con il rischio di produrre brooding mentale. Sul Piano emotivo, paura e tristezza la fanno da padrona, ma inesorabilmente sfociano nell’angoscia e nella rabbia dovute all’incertezza nel futuro. Come è ben noto, l’ansia deriva dalla paura, quindi il piano fisiologico subisce uno sbilanciamento del sistema neurovegetativo in chiave simpaticotonica (attivazione dell’organismo), aumentando i livelli di allarme e di vigilanza (con il rischio di sintomatologia ansiosa e da stress). Il piano muscolare-posturale può risentire del cambio netto dei ritmi di abitudini e dell’eccesso di sedentarietà, mostrando ripercussioni nel tono muscolare (ad esempio per via della minore attività fisica) o posturali (eccesso di divano, lavoro in smartworking).

Quindi che tipo di resilienza dobbiamo utilizzare per far fronte a tutto questo?

Può essere d’aiuto l’esempio tratto da un autore che ha dato un ottimo contributo sul tema resilienza. Il collega Trabucchi, all’inizio di un suo libro che tratta di psicologia dello sport, ci ricorda che probabilmente il termine deriva da chi non perde mai la speranza: “quando la vita rovescia la nostra barca, alcuni affogano, altri lottano strenuamente per risalirvi sopra. Gli antichi connotavano il gesto di tentare di risalire sulle imbarcazioni rovesciate con il verbo resalio”. (Trabucchi P. “Resisto dunque sono”, Corbaccio, 2007, Milano).

Ma per risalire esiste un modo adeguato, che può salvarvi, ed uno disfunzionale che invece…

Immaginate ora di dover risalire su questa barca rovesciata mentre siete vestiti e avete paura di affogare. Provate a risalirvi utilizzando rabbia, forza esplosiva e agitazione, escludendo la calma. Accadrà che non sarete in grado di gestire la coordinazione, l’equilibrio e l’oscillare della barca per via del movimento del mare. Tentativo dopo tentativo, verrete facilmente presi dall’ansia, dallo sconforto e dalla rabbia di non riuscire, finendo le energie psico-fisiche e, molto probabilmente, fallendo nel vostro intento di risalita.

Quali sono quindi le caratteristiche di resilienza adeguate per non affogare?

Il Neo-Funzionalismo ha teorizzato quelli che vengono definiti i Funzionamenti di Fondo della nostra personalità (Rispoli L. “Il corpo in psicoterapia oggi. Neo-Funzionalismo e Sistemi Integrati”, Franco Angeli, 2016, Milano). Questi Funzionamenti formano la struttura che compone la nostra personalità e costituiscono il bagaglio delle nostre risorse e potenzialità durante la vita.

In questo momento l’ambiente e le circostanze ci chiedono soprattutto di attingere da quelli che sono i Funzionamenti della Calma e del Lasciare.

Della Calma dobbiamo trovare alcune sfumature che possano regolare i nostri comportamenti e le nostre emozioni. L’Aspettare, ad esempio, che è quello che ci è stato richiesto di fare. Ma anche la Pazienza, perché come stiamo osservando questa non è una situazione sanitaria di immediata risoluzione, oppure lo Stare, ovvero uno stato in cui non siamo completamente disattivati ma neanche super attivi (il contrasto tra i ritmi pre-quarantena ed ora).

Il Lasciare e la sua polarità opposta, il Controllo, sono i Funzionamenti di Fondo che regolano l’attivazione e la disattivazione dell’organismo. Se equilibrati, mantengono l’armonia tra la vigilanza e il rilassamento, tra i sistemi di azione e la loro disattivazione, concedendo a noi stessi la possibilità di “non fare” (o di fare in modo morbido). Quando il nostro organismo accede al Lasciare vi è un allentamento generale dei muscoli, del respiro, dei movimenti, dei pensieri… insomma è il miglior antidoto contro l’ansia!

Questi sono gli strumenti resilienti che ci servono in questo periodo!

Questa non è una guerra e non siamo dei guerrieri. Questa è una situazione di emergenza dove ciascuno è chiamato responsabilmente a fare la sua parte per tutelare la propria salute (fisica e psichica) e quella degli altri. Per farlo, dobbiamo attivare una resilienza caratterizzata dalla pazienza, dalla calma e da una bassa attivazione (tutti elementi che stimolano inoltre la creatività). Che farne di quella polarità attiva e adrenalinica della resilienza? Lasciamola al personale sanitario in prima linea e conserviamola per quando torneremo a rimboccarci le maniche. Ne avremo bisogno.

Articolo scritto in collaborazione da:

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Dott. Lorenzo Baldassarri
Psicologo Clinico e specializzato in Psicoterapia Funzionale alla S.E.F – Scuola Europea di Psicologia e Psicoterapia Funzionale. Esperto in disturbi d’ansia e da stress cronico, da anni si occupa di trattamenti funzionali antistress nella pratica clinica, ottimizzando i benefici del dialogo terapeutico con il trattamento corporeo e psico-corporeo. Applica la metodologia MFA-Metodologia Funzionale Antistress ® per la risoluzione dei disturbi da stress cronico nell’ambito clinico e la gestione della pressione e dell’ansia da prestazione nell’ambito della Psicologia dello Sport, dove è formatore e mental trainer di sportivi professionisti di alto livello. Inoltre è Docente presso l’Università degli Studi di Parma, dove insegna ai medici l’effetto dello stress sull’invecchiamento e Psicopatologia dei disturbi psicofisiologici e somatoformi, nel Master di II livello in Medicina Estetica orale e periorale. Nella pratica clinica psicoterapeutica, sia individuale che di gruppo, vanta una decennale esperienza nell’utilizzo del corpo in terapia e nella risoluzione di problematiche e sintomatologia psico-fisiologica. È co-fondatore del Gruppo Eljos – equipe di psicologia funzionale, dove si occupa di Psicologia del Potenziamento per l’implemento delle risorse individuali e di gruppo e l’incremento della performance.

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