Ansia o attacco di panico? Scopriamo quali sono le differenze e come individuare lo stato di malessere

E' utile comprendere in che cosa consiste realmente l'attacco di panico e ciò che lo differenzia da un episodio di ansia acuta e, di conseguenza, riuscire ad adottare le misure opportune.

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Oggi giorno, è frequente sentire parlare persone che soffrono di attacchi di panico. Quando ci si rivolge ad un terapeuta per approfondire la situazione, non è raro scoprire che il “panico”, in realtà, è stato utilizzato come sinonimo per descrivere una semplice acutizzazione d’ansia. Questa confusione sulla terminologia è incentivata dalla moltitudine di informazioni presenti sul web, utili in alcuni casi, ma spesso fuorvianti per altri. Diviene utile, quindi, comprendere in che cosa consiste realmente l’attacco di panico e ciò che lo differenzia da un episodio di ansia acuta, con l’obiettivo di acquisire maggiore consapevolezza sulla sintomatologia e, di conseguenza, riuscire ad adottare le misure opportune.

Conoscere l’attacco di panico

Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), definisce l’attacco di panico come “una comparsa improvvisa di paura o disagio intensi che raggiunge il picco in pochi minuti, periodo all’interno del quale devono verificarsi almeno 4 dei seguenti sintomi:

Palpitazioni o tachicardia

Sudorazione

Tremori o grandi scosse

Dispnea o sensazione di soffocamento

Sensazione di asfissia

Dolori o fastidio al petto

Nausea o disturbi addominali

Sensazione di vertigine o svenimento

Brividi o vampate di calore

Parestesie

Derealizzazione o depersonalizzazione

Paura di perdere il controllo o impazzire

Paura di morire”

Per una diagnosi di disturbo di panico, Il DSM-5, afferma che è necessario:

A- aver avuto l’attacco di panico più volte, in modo ricorrente. con la comparsa di almeno 4 dei sintomi elencati precedentemente;

B- che almeno uno degli attacchi sia stato seguito da un mese (o più) di uno o di entrambi i seguenti sintomi:

– preoccupazione persistente per l’insorgere di altri attacchi

– comportamenti disadattivi correlati agli attacchi, come la messa in atto di comportamenti specifici per evitare le situazioni in cui si è verificato l’attacco, fino alla possibilità di sviluppare agorafobia.

Frequentemente si sente infatti parlare del disturbo di panico con agorafobia, qualora la persona con diagnosi di disturbo di panico, abbia sviluppato anche un’ansia marcata in almeno 2 situazioni tra cui: l’utilizzo di trasporti pubblici, il trovarsi in spazi aperti o chiusi, lo stare in fila o tra la folla, o ancora, l’esser fuori casa da soli. Questo perchè potrebbe accadere che una persona inizi ad evitare le situazioni sopracitate per il timore di non riuscire a fuggire o non essere soccorso in caso di sintomi improvvisi correlati al panico.

Al contrario, se non si sono soddisfatti tali criteri, è più facile che l’episodio sia riconducibile ad uno stato di ansia acuto. In questo secondo caso, è possibile domandarsi se l’ansia provata possa esser stata generata da una situazione specifica o, in alternativa, non possa esser ricondotta ad una qualche cosa in particolare. Come farlo? Fermandosi e facendo il punto della situazione! Per capire se l’ansia è “generalizzata” o “specifica”, dovresti registrare su un foglietto (o su un telefono cellulare), in quale tipo di situazione ti trovavi nel momento in cui è insorto l’attacco: quando e dove è avvenuto, con chi eri e cosa stavi facendo/cosa stava accadendo. Dalle risposte, potrai capire se l’ansia sia per lo più riconducibile ad una causa specifica oppure se si tratta di uno stato d’ansia generalizzato, se questi sopraggiunge frequentemente e indistintamente in svariate situazioni e soprattutto non può essere connesso a nessun oggetto specifico.

ATTACCHI DI PANICO: CONOSCERLI PER GESTIRLI

Come si alimenta il panico

Spesso, chi soffre di attacchi di panico riporta la sua grande difficoltà a gestire il problema. Il motivo è che, spesso, quando si cerca di risolvere un disagio, si mettono in atto delle soluzioni che apparentemente sembrano buone ma a lungo andare si rivelano inefficaci, se non addirittura disfunzionali. Nella maggior parte dei casi, è ciò che succede al nostro sistema reattivo-percettivo quando tentiamo di controllare uno stato d’ansia o, ancora peggio, il panico. Si attuano delle “tentate soluzioni” (reazioni, atteggiamenti o comportamenti) che apparentemente sembrano funzionare, ma con il passare del tempo si rivelano inefficaci, non facendo altro che alimentare il problema. Questo accade perché nonostante appaiano poco risolutive, vengono mantenute con ostinazione fino alla creazione di un copione della realtà rigido e disfunzionale. Ad esempio, una tentata soluzione comune a chi soffre di attacchi di panico è quella di esercitare un elevato controllo sulle proprie sensazioni psicofisiche, con l’aspettativa di monitorarle e ridurle; quando in realtà, l’unico risultato sarà quello di farle aumentare e spaventarsi ancora di più. Il classico circolo vizioso potrebbe essere così riconducibile: dalla percezione di pericolo, arriva la reazione di allarme con la sintomatologia correlata (sudore, tachicardia, tremori, paura di morire, ecc.), per poi mettere in atto quelle “soluzioni” (evitamento, fuga, controllo ecc.) che al posto di far diminuire il problema, lo esacerbano, portando così la persona a sperimentare un’amplificazione delle sue percezioni (di vulnerabilità, inefficacia, mancato controllo, senso di fallimento…) con successiva cronicizzazione del problema.

La vera soluzione? Innescare un meccanismo contro-circolare che aggiunge automaticamente nuove esperienze positive correttive nella memoria della persona, spezzando così il circolo.

Le strategie alternative correttive

Chi soffre di attacchi di panico, potrebbe mettere in atto alcune delle seguenti strategie alternative correttive:

  • La “congiura del silenzio”: anziché parlare del proprio malessere, come comunemente si pensa, bisognerebbe evitare di comunicare agli altri il proprio disagio poiché il continuo parlare peggiorerà il problema;
  • La tecnica del come peggiorare: allo scopo di capire quali comportamenti bisogna evitare per la cronicizzazione del problema, prova a riflettere su cosa potresti fare per peggiorare i tuoi sintomi. Sembra un contro senso; ma se capisci quali sono le tentate soluzioni che solitamente metti in atto per tenere a bada il problema (ad esempio, una di queste potrebbe essere il prestare troppa attenzione alle sensazioni corporee connesse all’attacco di panico), riuscirai anche ad eliminarle (se l’atteggiamento controllante sulle sensazioni viene trasformato in accettazione, aspettando che passino);
  • La tecnica della peggiore fantasia: prova ad immergerti ogni giorno per circa mezz’ora nelle tue paure, cercando di evocare volontariamente sensazioni e situazioni che ti creano ansia. Produrre ciò che spaventa, aiuta a diminuire la paura stessa, in virtù del cosiddetto “effetto paradosso” (con più si pensa ad una determinata cosa, con più diventa difficile ottenerla!);
  • Esercitati in una tecnica di rilassamento: come il rilassamento progressivo di Jackobson, che, grazie alla contrazione e alla successiva distensione di differenti gruppi muscolari, aiuta a localizzare i vari nodi di tensione per poi rilassarli. In alternativa, puoi esercitarti con il training autogeno, una tecnica di rilassamento composta da sei esercizi che, se praticati regolarmente, hanno il beneficio di placare l’ansia e lo stress, apportando un senso generale di benessere psicofisico.

 

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Dott.ssa Elisa Simeoni - Psicologa
Iscritta all'Albo dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n° 20602), si è laureata in Scienze e Tecniche Psicologiche presso l'Università Cattolica di Brescia, ed in seguito, alla magistrale di Psicologia Clinica presso l'Università Cattolica di Milano, dove ha terminato il suo percorso con il massimo dei voti e con Lode. Attualmente è in formazione come Psicoterapeuta alla Scuola di Specializzazione “Mara Selvini Palazzoli", mentre parallelamente, continua ad approfondire le sue conoscenze nel settore legato alla promozione della salute e del benessere, attraverso corsi e seminari. Ciò le permette di portare avanti la concezione di una psicologia non solo finalizzata alla riduzione e alla cura del disagio, ma che favorisca, altresì, lo sviluppo e il miglioramento di tutti quegli aspetti che consentono il buon funzionamento della persona, attraverso la mobilitazione e il potenziamento delle risorse e delle capacità personali. Le aree di cui prevalentemente si occupa riguardano: · Disturbi d'ansia, insonnia e gestione dello stress tramite la messa in pratica di esercizi e tecniche meditative e di rilassamento; · Raggiungimento di obiettivi tramite il metodo coaching; · Crescita personale e rafforzamento dell'autostima; · Relazioni famigliari, sostegno alla genitorialità e problematiche relazionali Con focus sia sul momento presente che passato.

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