Chi è il paziente immaginario o ipocondriaco?

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Il paziente ipocondriaco assume di essere debole, sia sul piano fisico, per la facile stancabilità e vulnerabilità alle malattie, sia sul piano psicologico per la difficoltà a controllare preoccupazioni, ansia e paura di impazzire, che egli stesso considera esagerate ma da cui teme di essere sopraffatto. Qualcosa di simile accade in chi soffre di soli attacchi di panico. Sia nell’attacco di panico che nell’ipocondria la persona ha una percezione riguardo a sé e una riguardo alla realtà.

In entrambi i disturbi le persone hanno un’immagine di sé come fisicamente vulnerabili ed entrambe tentano di esercitare un controllo sulle proprie reazioni fisiologiche spontanee: o cercando informazioni su di esse o evitando, sia in modo passivo, senza più frequentare le fonti di disagio, sia in modo attivo, facendosi accompagnare verso di esse da un figura di cui si fida, come accade specificamente per l’attacco di panico con agorafobia. Tuttavia, mentre nell’attacco di panico le strategie di controllo funzionano, nell’ipocondria falliscono il tentativo di rassicurazione. Quindi, una prima questione per capire l’ipocondriaco è domandarsi: perché la credenza di essere malato è particolarmente resistente alle disconferme e al cambiamento nonostante si abbiano le competenze cognitive e le informazioni utili a contraddirle? Le ragioni vanno ricercate in fattori strettamente cognitivi come quelli

 strutturali: la credenza di essere persona debole nell’ipocondriaco è molto credibile-sostenuta storicamente dalle esperienze di apprendimento ed attaccamento-, ed epistemicamente importante (Castelfranchi, Miceli, 1995)

funzionali: il pregiudizio confirmatorio, l’ancoraggio, la rappresentabilità, e la manipolabilità attraverso i copioni agiscono nel mantenimento delle credenze nucleari

interattivi: si tratta di due particolari tipi di circoli viziosi ( Salkovskis, 1996). Il primo parte dallaper cezione della minaccia che incrementa risposte fisiologiche di difesa e attiva sensazioni che sono interpretate come conferma di malattia. Il secondo invece parte dai comportamenti di controllo, fare analisi ematiche ad esempio può costringere la persona a digiunare e questo indurre di nuovo sensazioni di debolezza e vulnerabilità, lette come condizioni preliminari e prodromiche della malattia temuta. Oppure se alla richiesta di prescrizioni di accertamenti specialistici il medico collude col paziente e ne aggiunge altre, più di quelle richieste e necessarie, il paziente interpreta tale collusione e prudenza del medico come prova di possibile conferma di malattia.

motivazioniali. L’ipocondriaco avrebbe lo scopo di non essere debole, non essere malato, e adottare una regola prudenziale di responsabilità (Mancini, 1998). Poiché i primi due scopi sono rappresentatati nella mente dell’ipocondriaco in modo negativo, come assenza di un male piuttosto che come stato definito di benessere da raggiungere, ne deriva in primo luogo l’assenza dei segnali minimi entro i quali potersi rassicurare circa la propria salute e poter cambiare la credenza di essere debole e malato; in secondo luogo un alto costo di dispendio di energie con ricadute sullo stato psicofisiologico e la riattivazione di uno dei circoli viziosi di mantenimento; in terzo luogo ne deriva l’ultimo degli scopi citati, che consiste nell’adozione di una regola prudenziale, così severa da dover garantire i primi due scopi, cioè non essere debole e non ammalarsi. La regola prudenziale tenta di fare prevenzione attraverso la previsione di scenari negativi e attraverso il meccanismo del pensiero magico, per il quale avere presenti i pericoli non solo tiene alta la guardia ed implica la possibilità di prevenire ma è già di per sé è una prevenzione che azzera tutti i rischi. La regola prudenziale è attivata a sua volta anche dall’alta attenzione selettiva e sensibilità per i sintomi, che ne aggrava la percezione di pericolosità e dalla loro disfunzionale interpretazione. La responsabilità della prudenza che impedisce di accettare qualunque rischio è particolarmente presente, nei casi di ipocondria con temi ossessivi.

La percezione che riguarda la realtà invece differisce nei due disturbi. Nell’ipocondria essa riguarda lo stato di incertezza circa la salute contingente e futura, l’impatto futuro di sintomi, percepiti già come altamente pericolosi, l’evoluzione di un’eventuale malattia oggettivamente dichiarata e l’affidabilità delle fonti di rassicurazione, cioè degli accertamenti medici e dei pareri di familiari, che non bastano mai. Nell’attacco di panico invece la percezione della realtà è connotata da un senso catastrofico di pericolo e di minaccia imminenti, sia interni (‘’ho un giramento di testa, un aumento della frequenza cardiaca.. e sicuramente non lo reggerò..non avrò le forze per resistere..svenirò..impazzirò’’) che esterni (‘’ mia moglie ha avuto una diagnosi di cancro, rischio di vederla soffrire o perderla e potrei non riuscire a sopportare il suo dolore o a separarmi da lei’’), sia reali- (se per esempio in presenza di un reale fortissimo mal di testa che mette a rischio la stabilità fisica o se davvero l’ipotetico coniuge ha una diagnosi di cancro che rischia di riformulare la qualità di vita di entrambi)-, che supposti – (se per esempio si immagina che il coniuge possa avere un cancro o che il paziente stesso possa avere un cancro perché una cognata o un fratello o il migliore amico hanno appena avuto una diagnosi di cancro). Inoltre, poiché l’ipocondria è sostenuta dall’incertezza, l’emozione che si associa è prevalentemente l’ansia, invece nell’attacco di panico, sostenuto dalla percezione reale o soggettiva di pericolo e minaccia imminente, l’emozione prevalente associata è la paura. L’ipocondriaco tenta perciò di gestire l’ansia prevalentemente tramite accurate ricerche di informazioni sullo stato di salute, sull’evoluzione della malattia e sull’accuratezza degli accertamenti e terapie, mentre colui che soffre di attacco di panico tenterà di gestire la paura prevalentemente allontanandosi dalla fonte di pericolo, quindi evitando di esporsi ad essa o facendosi accompagnare ad essa. Tuttavia, mentre l’evitamento previene la paura dell’attacco di panico, cioè la paura della paura, ma non risolve e anzi mantiene attivi i meccanismi che generano l’attacco di panico in sé, invece la ricerca delle informazioni e la rassicurazione che l’ipocondriaco riceve sullo stato di salute non permette alcun vantaggio, perché il dubbio persiste. Si può sostenere che il dubbio ipocondriaco, dando per assodato il costrutto di vulnerabilità personale, abbia la funzione di controllare e prevenire la probabilità di eventi avversi futuri o di immediato futuro, ma non contingenti, riguardo la propria salute, percepiti come molto minacciosi per i propri scopi .

E’ un dubbio che lavorando in assenza di fatti nel tentativo di anticipare i fatti, senza mai  incontrarli, non può trovare certezze e rassicurazioni e finché non li incontra non può probabilmente neanche mitigarne l’impatto altamente temuto.

Ciò farebbe pensare ancora una volta ad una non accettazione dei rischi di malattia, come già sosteneva Mancini (1998), e della malattia in sé, di cui chi ha una malattia reale è fattualmente costretto a prendere atto e chi ha un attacco di panico vive come soggettivamente o oggettivamente imminente ma non come rischio lontano da prevenire.

Va infine aggiunto che la resistenza al cambiamento della credenza di essere debole e malato e all’accettazione dei rischi e dell’eventuale malattia rimane tale anche quando il paziente sia consapevole dell’esagerazione delle proprie preoccupazioni e ne faccia autocritica. Infatti, l’autocritica, poiché non è orientata a smontare i contenuti della credenza in sé ma al fatto di essere esageratamente ansiosi preoccupati e impauriti, ha come effetto paradossale di riconfermare l’idea di debolezza e vulnerabilità personale, che rimane quindi fra tutte la credenza cruciale su cui lavorare.

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Dott.ssa Liuva Capezzani
Psicologa Psicoterapeuta Psico-Oncologa. Specialista in Psicoterapia Cognitivo Comportamentale, Psicoterapia Sensomotoria Liv. II, esperta practitioner in EMDR. Docente presso S.I.P.S.I. Scuola Internazionale di Psicoterapia con Setting Istituzionale in Roma. Responsabile e libera professionista presso I.PSI.trauma.MED, Istituto di Psicoterapia Psicotraumatologia e Medicine Integrate di P.S.E. (FM) e libera professionista presso Studio di Psichiatria e Psicoterapia Meluzzi a Roma. E’ membro operativo dello I.O.M. Onlus Fermo, Istituto Oncologico Marchigiano Onlus di Fermo. E’ membro del comitato scientifico dell’associazione I.W.W. Italian Women in the World, per la prevenzione dei rischi a scuola: violenze di genere e dipendenze. E’ Socia onoraria di A.I.G.E.S.F.O.S., Associazione Italiana per la Gestione dello Stress nelle Forze. dell’Ordine e di Soccorso, dove presta collaborazioni professionali. E’ Past Coordinatore di S.I.P.O., Società Italiana di Psico-Oncologia, sez. Marche Nel 2006 è stata nominata membro del comitato etico scientifico degli I.F.O. Istituti Fisioterapici Ospitalieri in Roma dove poi ha lavorato fino al 2013 come psico-oncologa e psicoterapeuta, realizzando psicoterapie per pazienti e familiari, consulenze per i reparti di chirurgia digestiva e toracica, l’oncologia medica B e portando a termine il primo studio scientifico comparativo nell’ambito della letteratura psico-oncologica sull’efficacia della terapia cognitivo comportamentale e dell’EMDR nel trattamento dei vissuti traumatici dei pazienti in fase di terapie attive e di follow-up. Da sempre attenta alla relazione medico-paziente ha nel 2018 curato il testo ‘’La relazione di cura medico- paziente. Cosa c’è da sapere ancora’’ ED. Linea Edizioni

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