L’attività fisica fa sempre bene?

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È appurato che svolgere attività fisica regolare aiuti nella prevenzione delle malattie non trasmissibili come quelle cardiovascolari, il diabete di tipo 2, e alcuni tipi di tumori, come quello della mammella e del colon. L’attività fisica comporta anche benefici per la salute mentale, ritarda l’insorgenza della demenza e può contribuire al mantenimento di un adeguato peso corporeo e al benessere generale. Una evidenza ormai parte delle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per le prevenzione di molte condizioni croniche, non solo di tipo cardiologico.

Per contro, si sa oggi che la sedentarietà è associata all’insorgenza di malattie cardiovascolari e diabete di tipo 2, nonché a neoplasie e mortalità per tutte le cause, e che l’inattività fisica è una delle principali cause di mortalità globale.

L’attività fisica è definita come qualsiasi movimento corporeo prodotto dai muscoli scheletrici che richieda dispendio energetico, e può essere eseguita in una ampia gamma di intensità: durante il tempo libero, praticando attività sportive, come parte del lavoro, o svolgendo compiti come per esempio le incombenze domestiche. Tuttavia, la ricerca riguardante gli effetti dell’attività fisica si è focalizzata principalmente su quella legata al tempo libero, tralasciando quella svolta in ambito lavorativo.

Il paradosso dell’attività fisica

Nuove evidenze suggeriscono un contrasto tra gli effetti sulla salute dell’attività fisica svolta nel tempo libero -associata a risultati positivi sulla salute- rispetto a quella in ambito lavorativo, per la quale sono state documentate conseguenze sfavorevoli per quanto riguarda le malattie cardiovascolari, le assenze dal lavoro per malattia in generale e la mortalità da tutte le cause.

È stato ipotizzato che l’intensa attività fisica lavorativa potrebbe essere dannosa; i lavoratori dell’edilizia, dell’agricoltura e delle aziende della produzione industriale sono fisicamente attivi per gran parte della loro giornata, nella maggior parte dell’anno. Va ricordato inoltre che, a livello globale, circa il 50% della forza lavorativa opera all’esterno senza sufficiente attenzione alle condizioni climatiche, all’idratazione, alle pause, talvolta con turni lavorativi notturni ed esposizione a rumore e inquinamento ambientale.

Un’ampia metanalisi condotta su 193.696 individui, ha mostrato che i soggetti di sesso maschile coinvolti in lavori fisicamente intensi presentano, rispetto a quelli meno fisicamente impegnati, un aumento del 18% del rischio di mortalità da tutte le cause, anche considerando, nell’analisi, i più importanti fattori confondenti, tra cui l’attività fisica svolta nel tempo libero.

Più recentemente, il rischio di eventi cardiovascolari maggiori (MACE) e di mortalità per tutte le cause in rapporto all’attività fisica svolta nel lavoro o nel tempo libero, è stato indagato nel Copenaghen General Population Study, uno studio condotto sul oltre 100mila individui con un follow-up della durata media di 10 anni. Per l’attività fisica nel tempo libero è stata confermata una relazione inversa con i MACE e la mortalità per tutte le cause; un livello crescente di attività fisica in ambito lavorativo -da lieve, a moderato e intenso- è invece stato associato a un aumento dei MACE e dei tassi di mortalità.

Tra le possibili spiegazioni del fenomeno, va considerato che l’attività fisica lavorativa è spesso fatta di sforzi ripetitivi di resistenza per brevi periodi, mentre quella durante il tempo libero è solitamente aerobica, più adatta a migliorare la forma fisica e la salute cardiovascolare.

L’attività fisica di tipo lavorativo produce un aumento della frequenza cardiaca, che quando elevata rappresenta un fattore di rischio cardiovascolare. Anche la pressione arteriosa può essere aumentata da sforzi continui, quali sollevamento pesi o posture statiche. Inoltre, l’attività lavorativa, rispetto a quella ricreativa, è eseguita con più brevi periodi di recupero. Infine, l’attività lavorativa intensa aumenta i livelli di infiammazione, che in assenza di adeguati tempi di riposo necessari all’organismo, restano elevati.

Fonte:

      • Conoscere e curare il cuore – Congresso del centro per la lotta contro l’infarto, fondazione Onlus 2021

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