Il cancro al seno e l’esercizio fisico

L’esercizio fisico è una potente arma che riesce a limitare molti degli effetti più invalidanti del cancro al seno. In particolare, specifici allenamenti possono contrastare la riduzione di densità ossea nelle donne, una pericolosa conseguenza del cancro al seno che causa fratture ossee o rischio di osteoporosi.

tagmedicina,cancro

Il cancro al seno è uno dei tumori più frequenti nelle donne e, per questo, uno dei più studiati e per il quale sono state sviluppate terapie molto efficaci. Il principale fattore di rischio per questa forma di cancro è rappresentato dalla familiarità, un’anamnesi personale positiva per cancro, un menarca precoce, una menopausa tardiva, una prima gravidanza dopo i 30 anni oppure nessun figlio e infine una dieta ricca di grassi.

Sebbene si possa parlare di un singolo tumore che colpisce il seno, sempre più evidenze scientifiche mostrano come il cancro alla mammella sia una patologia complessa, che racchiude vari sottotipi patologici. Questi si differenziano per caratteristiche molecolari intrinseche delle cellule tumorali e per la loro aggressività.

Nonostante il tumore al seno sia suddiviso in molte sottoclassi, tutte condividono effetti invalidanti sul fisico e la salute delle donne con questa malattia. Inoltre, anche le terapie che vengono utilizzate per combattere le cellule tumorali molto spesso possono indurre degli effetti indesiderati che riducono la qualità della vita delle donne. Per contrastare tali problematiche, si possono utilizzare molti trattamenti ausiliari, tra cui l’esercizio fisico che risulta essere un mezzo efficace per contribuire ad aumentare la sopravvivenza dei pazienti con cancro, non soltanto, ma anche per ridurre significativamente l’incidenza del cancro, infatti, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha inserito la mancanza di esso tra i nove fattori di rischio modificabili.

Grazie all’esercizio fisico è stato osservato un miglioramento della vita delle donne affette dal tumore al seno con una conseguente riduzione della comparsa di patologie associate ad esso, come malattie cardiovascolari o osteoporosi. Inoltre, si è osservato anche un migliorando della salute fisica e mentale ed un aumento della possibilità di sopravvivenza (Singh et al. 2018). Si possono avanzare molte ipotesi circa il ruolo preventivo giocato dall’attività fisica nel prevenire lo sviluppo del cancro. Ad esempio, questo potrebbe essere correlato all’elevato livello degli ormoni corticosteroidi che si verifica nell’esercizio, nel corso del quale si ha anche tendenzialmente ipoglicemia e riduzione della secrezione di insulina. L’attività fisica aumenta anche la produzione di citochine, che sono sostanze antinfiammatorie, inoltre aumenta l’espressione dei recettori insulinici nei linfociti di tipo T coinvolti nella distruzione delle cellule cancerose. Si sa anche che l’attività fisica aumenta la produzione di interferone, stimola la glicogeno-sintetasi, aumenta il metabolismo dell’acido ascorbico, tutte modificazioni che rallentano lo sviluppo dei tumori.

Esistono prove sufficienti per concludere che un’intensa attività fisica, se confrontata con un’attività moderata, riduca del 20% la probabilità di contrarre il cancro al colon o quello alla mammella, anche se le prove sono più solide nei confronti del tumore al colon. Esistono anche delle dimostrazioni, sebbene più deboli di quelle circa il cancro del colon e della mammella, del fatto che l’attività fisica sia un fattore protettivo per il cancro dell’endometrio. Numerosi studi indicano che una regolare attività fisica riduce non solo il rischio di insorgenza di cancro mammario, ma anche il rischio di recidive e la mortalità in donne operate di cancro al seno (Ballard-Barbash et al., 2012).
Il “Women’s Collaborative and Longevity Study” ha contribuito ad evidenziare che il tasso di mortalità per il cancro alla mammella diminuisce se vengono svolti programmi di attività motoria post-diagnosi ad intensità moderata (Holick et al., 2008). Questo studio prospettico, svolto con la partecipazione di 4482 soggetti in post-diagnosi, ha dimostrato che le donne che svolgevano attività fisica ad alti livelli riferivano una più lunga sopravvivenza rispetto al campione sedentario (definito da un consumo in MET/h inferiore al 2.8). Questo importante e particolare studio sugli impatti positivi dell’attività fisica sulla salute è stato condotto su donne affette da carcinoma mammario in post-diagnosi senza tener conto delle variabili di età, condizioni patologiche concomitanti e BMI.
Una pubblicazione del Nurses’ Health Study ha dimostrato una diminuzione del 6% del rischio assoluto di mortalità da cancro alla mammella in pazienti che hanno svolto attività motoria ad intensità moderata per 5 giorni la settimana per 6 settimane. Una riduzione maggiore del 50% del rischio è stata dimostrata in donne che svolgevano regolarmente esercizio fisico ad intensità moderata. La riduzione del rischio correlata ad attività fisica è stata osservata in tutte le fasi del cancro alla mammella ed è stato rilevato essere dose-dipendente (Holmes et al., 2005).

Il “The Health, Eating, Activity and Lifestyle Study” (Irwin et al., 2008) ha dimostrato, in uno studio di 933 pazienti, che l’attività motoria svolta dopo la diagnosi di cancro alla mammella, ad intensità moderata (9 MET/settimana), può migliorare la prognosi. Rispetto alle donne che erano inattive sia prima che dopo la diagnosi, le donne che avevano incrementato il proprio livello di attività fisica riscontravano un rischio di mortalità diminuito del 45%, mentre quelle che avevano ridotto l’attività motoria dopo la diagnosi correvano un rischio quattro volte maggiore.

Si era anche riscontrato che le donne che avevano condotto dopo la diagnosi una qualsiasi attività ricreativa ad un’intensità moderata (camminare a ritmo sostenuto) avevano un rischio di morte del 64% inferiore rispetto alle donne inattive.

L’esercizio fisico, inoltre, comporta un interessamento del sistema immunitario che, in realtà, ha un ruolo importante nel controllo della crescita tumorale e che il cancro evolve patologicamente tramite un sistema di evasione dall’azione immunitaria, il maggior contributo alla crescita tumorale (data dall’immuno-tolleranza patologica) è dato dal microambiente che il tumore stesso realizza e che determina ipossia, lattosi e riduzione del pH. L’esercizio fisico induce una mobilizzazione dei leucociti nel circolo (anche detta “leucocitosi indotta dall’esercizio”) che riguarda particolarmente i linfociti T citotossici e le cellule Natural Killer e, anche se la barriera fisiologica (indotta dal tumore) che riduce l’azione di queste cellule è piuttosto forte, sembra che l’esercizio fisico possa in qualche modo influire sul microambiente tumorale che viene quasi “normalizzato” con una possibile promozione dell’attività dell’immunità innata ed adattativa contro il tumore stesso.

L’istituto Europeo di Oncologia (https://www.ieo.it/it/PREVENZIONE/Stili-di-vita/Attivita-fisica/) ha prodotto una guida ad uso dei pazienti ove si indicano almeno 150 minuti di attività fisica “moderata” (un esempio potrebbero essere tre sedute di 50 minuti di attività fisica “moderata” alla settimana) oppure 75 minuti di attività fisica “intensa” alla settimana od una combinazione adeguata di entrambe.

Da un punto di vista ormonale, anche gli estrogeni svolgono un ruolo critico nello sviluppo del tumore al seno attraverso l’aumento della proliferazione delle cellule epiteliali del seno. Durante l’età riproduttiva, in particolare durante l’adolescenza, l’attività fisica moderata o intensa ha un impatto sugli ormoni ovarici, risultando in un menarca ritardato, con maggiore probabilità di una amenorrea secondaria e un ciclo mestruale irregolare o non ovulatorio, e una più breve fase luteinica nel ciclo mestruale, in questo modo l’attività fisica è associata ad un ridotto livello di estradiolo, progesterone e FSH. In particolare, grazie agli effetti dell’attività fisica, questi fattori possono risultare in una riduzione della durata del ciclo ovulatorio e dell’esposizione cumulativa all’estradiolo e al progesterone. Pertanto, potenzialmente si riduce il rischio di tumore al seno.

Dopo la menopausa la produzione di estrogeni diminuisce, provocando un ridimensionamento del livello di estrogeni circolanti rispetto alle donne prima della menopausa. La principale fonte endogena di produzione di estrogeni dopo la menopausa deriva dalla conversione periferica dell’androstenedione (ormone steroideo che produce il testosterone androgeno e gli estrogeni quali estrone ed estradiolo) ad estrone nel tessuto adiposo, ragion per cui, una grande quantità di estrogeni viene prodotta dalle donne meno magre rispetto alle più magre. Questo porta ad affermare che obesità e sovrappeso sono consolidati fattori di rischio per il tumore al seno dopo la menopausa e che le donne fisicamente attive negli anni dopo la menopausa hanno livelli inferiori di estrone, di estradiolo e di androgeni che sono precursori degli estrogeni.

Concludendo, l’attività fisica contribuisce in modo determinante non solo a prevenire ma anche a sostenere e rafforzare il benessere psico‐fisico e la qualità della vita in tutte le fasce di età. La pratica dell’attività fisica dovrebbe essere accessibile per tutti nei contesti della vita, come da raccomandazioni OMS del 2010, confermate nel 2016, e supportata da politiche intersettoriali (forme di trasporto attivo, politiche del lavoro, politiche scolastiche, strutture sportive e ricreative).

 

CONDIVIDI
Prof.ssa Rosangela Danza
Insegnante di educazione fisica presso scuola media di Rimini Diploma ISEF nel 2001 e Laurea Magistrale in Scienze Motorie nel 2017, presso l'Università di Urbino.

CONTATTA L'AUTORE DELL'ARTICOLO:

LASCIA UNA RISPOSTA

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome