L’interruzione dei ritmi circadiani si associa a una successiva diagnosi di Parkinson

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Gli anziani che hanno un ritmo circadiano irregolare che guida i loro cicli quotidiani di riposo e attività hanno maggiori probabilità di sviluppare la malattia di Parkinson, secondo uno studio pubblicato su Jama Neurology firmato dai ricercatori dell’Uc San Francisco Weill Institute for Neurosciences. «Il ritmo circadiano sembra avere un effetto davvero importante sulla salute e sulle malattie, e in particolare sull’invecchiamento» sostiene la coautrice Kristine Yaffe, professore di psichiatria, neurologia, epidemiologia e biostatistica nonché vicedirettrice del Dipartimento di psichiatria della Ucsf, spiegando che questi risultati aprono la strada a ulteriori studi mirati a chiarire se i cambiamenti fisiologici innescati da interruzioni o sovvertimenti dei ritmi circadiani possano essere essi stessi fattori scatenanti dei meccanismi neurodegenerativi e se regolarizzare e rafforzare questi ritmi potrebbe ridurre il rischio di sviluppare il Parkinson.

Lo studio, cui hanno preso parte 2.930 uomini con un’età media di 76,3 anni, faceva parte del trial Mros, Osteoporotic Fractures in Men Study, un ampio studio di coorte sulle fratture osteoporotiche negli uomini iniziato nel 2000 in sei centri medici in tutta la nazione. «Nessuno dei partecipanti inizialmente aveva il Parkinson e tutti vivevano in comunità e non in case di cura» scrivono i ricercatori, che hanno valutato lo stato di salute dei partecipanti all’ingresso nello studio, seguendoli poi con questionari e visite. Durante il follow-up, la malattia di Parkinson si è manifestata in 78 dei 2.930 partecipanti, e chi aveva ottenuto i punteggi più bassi nello studio dei ritmi circadiani aveva un rischio di Parkinson triplicato rispetto a chi aveva invece ottenuto i punteggi più alti. «La malattia di Parkinson non è reversibile, ma se gli studi futuri confermeranno che i disturbi del ritmo circadiano sono un fattore di rischio che anticipa i sintomi tradizionali, potremmo essere in grado di prevenire la perdita di funzione su base neurodegenerativa» conclude Yaffe.

Jama Neurology 2020. Doi: 10.1001/jamaneurol.2020.1623
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32539075/

 

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