Il prelievo venoso è il più comune ed è quello che la maggior parte delle persone ha già sperimentato almeno una volta nella vita. Di norma viene effettuato da una vena superficiale del braccio, spesso a livello della piega del gomito, ed è una procedura rapida e generalmente ben tollerata.
Ma cosa racconta? Il sangue venoso è quello che ritorna al cuore dai tessuti attraverso le vene, dopo aver ceduto ossigeno e sostanze nutritive. Per questo motivo contiene una maggiore quantità di anidride carbonica e prodotti di scarto del metabolismo. Dal cuore, il sangue viene poi inviato ai polmoni, dove si arricchisce nuovamente di ossigeno. Analizzarlo significa ottenere una visione d’insieme del funzionamento dell’organismo e dello stato di salute. È come osservare il “resoconto finale” del corpo: ciò che è stato utilizzato, trasformato o eliminato. Anche il suo aspetto riflette questa funzione: il sangue venoso appare generalmente di colore rosso più scuro, proprio perché contiene una quantità inferiore di ossigeno rispetto al sangue arterioso. Questa tipologia di prelievo è impiegata per la maggior parte degli esami di routine, quali: emocromo (che fornisce informazioni in merito a numero, caratteristiche e dimensioni di globuli rossi/bianchi e piastrine), valori ematici di glicemia/colesterolo, funzionalità epatica/renale, dosaggi ormonali e biochimici.
Il prelievo arterioso è, al contrario, meno frequente e viene richiesto solo in situazioni specifiche. Si esegue generalmente a livello del polso, prelevando il sangue dall’arteria radiale, che in questa sede è facilmente accessibile. A differenza del quello venoso, il sangue arterioso è appena ossigenato nei polmoni e viene pompato dal cuore verso i tessuti, motivo per cui presenta un caratteristico colore rosso vivo, dovuto all’elevata concentrazione di ossigeno legato all’emoglobina. Esaminarlo permette di valutare direttamente l’efficienza della respirazione e dello scambio gassoso alveolare. È il prelievo alla base dell’emogasanalisi, il test del sangue arterioso più utilizzato in ambito clinico e fondamentale nei pazienti con difficoltà respiratorie come, broncopneumopatia cronica ostruttiva, asma severa o insufficienza respiratoria. Il prelievo arterioso offre una sorta di “istantanea funzionale” della respirazione tramite informazioni essenziali su livelli di ossigeno, anidride carbonica ed equilibrio acido-base, offrendo una sorta di “istantanea funzionale” della respirazione.
La differenza tra le due procedure si percepisce anche dal punto di vista del paziente.
Il prelievo venoso è generalmente rapido, poco doloroso. Nella maggior parte dei casi si avverte soltanto una lieve puntura al momento dell’inserimento dell’ago e un modesto fastidio che si esaurisce in pochi secondi.
Il prelievo arterioso può risultare più fastidioso, poiché le arterie sono più profonde e più ricche di terminazioni nervose. Durante l’esecuzione il paziente può percepire una sensazione dolorosa più intensa rispetto a quella del prelievo venoso e, talvolta, un lieve dolore pulsante o una sensazione di pressione nella sede del prelievo anche nei minuti successivi alla raccolta del campione di sangue.
Entrambe le procedure sono comunque sicure e vengono eseguite da personale sanitario qualificato, con rara insorgenza di complicanze. Dal punto di vista infermieristico, la differenza tra prelievo venoso e arterioso non è solo tecnica, ma anche clinica e professionale. L’infermiere è spesso la figura che esegue quotidianamente i prelievi venosi, ma il suo ruolo non si limita al gesto tecnico:
comprende la valutazione del paziente, la scelta del sito più idoneo, la gestione del campione ematico e l’osservazione di eventuali elementi clinici rilevanti, come difficoltà di accesso venoso, condizioni cutanee o reazioni del paziente durante la procedura. Nel caso del prelievo arterioso, la competenza infermieristica assume un livello ancora più specialistico: si tratta di una procedura che richiede precisione, conoscenza approfondita dell’anatomia e comprensione della fisiologia respiratoria. In entrambi i casi, il ruolo dell’infermiere è centrale: garantire sicurezza, ridurre il discomfort, assicurare la corretta esecuzione della procedura e rendere affidabile il risultato dell’esame. È un equilibrio costante tra competenza tecnica e attenzione alla persona, tra precisione clinica e relazione assistenziale.








