Ciò che accomuna queste esperienze non è solo la sofferenza, ma il distacco: un evento inevitabile, spesso improvviso e mai scelto. La perdita fisica può derivare da traumi come incidenti stradali o sul lavoro, da patologie croniche, complicanze vascolari o oncologiche che rendono necessaria l’amputazione. In ogni caso, l’impatto è dirompente.
Se perdere una figura significativa priva di una presenza esterna, perdere una parte di sé tocca l’intimità più profonda. Viene meno un frammento dell’identità e dell’integrità corporea. Questo altera il modo in cui ci si percepisce e ci si relaziona con il mondo. Emergono domande silenziose: “Varrò lo stesso? Sarò ancora accettato? Sarò ancora utile?”. Tali interrogativi generano insicurezza che, se non riconosciuta, evolve in un lutto cronico e invisibile, capace di compromettere la salute e il vissuto quotidiano del paziente.
In questo contesto, l’infermieristica svolge un ruolo essenziale. Più che di assistenza tecnica, si parla di supporto psicologico, parte della presa in carico globale. L’infermiere accompagna la persona lungo le fasi teorizzate da Elisabeth Kübler-Ross, psichiatra svizzera pioniera degli studi sul processo di elaborazione del lutto: shock, negazione, rabbia, patteggiamento e accettazione. Accompagnare significa offrire una presenza attiva e costante, garantendo ascolto senza giudizio.
La relazione infermiere–paziente diventa uno spazio sicuro per le fragilità. L’obiettivo non è “tornare come prima”, ma costruire un equilibrio nuovo. Accettare la trasformazione significa riconoscerla come parte di sé, ridefinendo l’identità oltre la menomazione. Promuovendo l’autonomia, l’infermiere aiuta la persona a riconoscersi nuovamente, trasformando quello che può essere percepito come un limite, in un nuovo punto di partenza.








