Negli ultimi anni, sempre più giovani hanno scelto di interrompere i legami con lapropria famiglia d’origine, una decisione complessa e spesso dolorosa,comunemente definita “no contact.” Questa scelta, pur rappresentando talvolta una necessità, è spesso legata a dinamiche relazionali difficili, conflitti irrisolvibili o contesti percepiti come disfunzionali.
Secondo la dott.ssa Katuscia Giordano, psicologa esperta in Comunicazione e Gestione delle Crisi, molti giovani decidono di adottare il “no contact” per proteggersi da situazioni che generano sofferenza emotiva o disagio, come abusi psicologici, manipolazioni o conflitti irrisolti. Tuttavia, la dottoressa mette in guardia:
“questa scelta non sempre rappresenta un atto di libertà. Spesso può diventare una forma di fuga emotiva che, anziché risolvere i problemi, finisce per alimentare solitudine, incertezza e disagio interiore.”
La solitudine prolungata, aggiunge la dott.ssa Giordano, non è priva di conseguenze: “non solo aumenta il rischio di ansia e depressione, ma può anche compromettere la capacità di costruire relazioni future. Quando evitare il confronto diventa una modalità abituale, si rischia di perdere opportunità di crescita personaleme relazionale.”
A complicare ulteriormente la situazione, si aggiungono difficoltà concrete. Rompere i legami familiari significa spesso rinunciare a una rete di supporto fondamentale: non ci sono garanti per un affitto, né accesso facilitato a documenti essenziali o sostegno pratico nelle difficoltà quotidiane. A questo si somma lo stigma sociale, che tende a idealizzare la famiglia come un legame inviolabile, facendo sentire chi decide di allontanarsi giudicato o incompreso.
Nonostante tutto, sempre più giovani trovano il coraggio di allontanarsi da situazioni,insostenibili. Online, le loro storie trovano spazio in comunità digitali che utilizzano termini come “no contact”, “low contact” o “genitori narcisisti” per descrivere esperienze comuni e dare voce a ferite spesso taciute. “Questi spazi virtuali,” spiega la dott.ssa Giordano, “permettono di condividere esperienze e trovare supporto, ma non devono sostituire un confronto più strutturato e approfondito con un professionista.”
“Non tutti i conflitti sono risolvibili,” afferma la dott.ssa Giordano, “ma questo non significa che debbano restare una condanna. Un percorso psicologico può aiutare a comprendere le dinamiche relazionali e a sviluppare strategie per affrontarle. Anche quando la riconciliazione non è possibile, acquisire maggiore consapevolezza permette di ritrovare equilibrio interiore e serenità.”
La possibilità di ricostruire relazioni non deve essere vista come un obbligo, ma come una scelta consapevole, fondata su valori come rispetto reciproco e autenticità. Attraverso piccoli passi – una conversazione, un messaggio o un momento di confronto sincero – è possibile riaprire il dialogo e costruire nuovi ponti, sia con gli altri che con sé stessi.
La tendenza al “no contact” invita anche a riflettere sul significato stesso di famiglia.
Come sottolinea la dott.ssa Giordano, “per molti giovani, il concetto tradizionale di famiglia si sta trasformando, lasciando spazio a una visione più fluida e inclusiva, basata non solo sui legami di sangue, ma su valori condivisi come il rispetto e la scelta consapevole di farne parte.”
In una società che tende a spingere verso l’individualismo, scegliere di connettersi agli altri – o anche semplicemente a sé stessi – è un atto di coraggio e forza interiore. “L’isolamento non è mai una condizione definitiva,” conclude la dott.ssa Giordano. “Con impegno, supporto e un pizzico di speranza, è possibile trasformare anche le relazioni più difficili in occasioni di crescita personale e rinascita”.
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