“ChemoBrain: riconoscere e affrontare il deficit cognitivo correlato alla chemioterapia”

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L’articolo propone un’introduzione chiara e aggiornata al fenomeno del “chemobrain”, o deficit cognitivo correlato alla chemioterapia (CRCI), una condizione frequentemente riportata dai pazienti oncologici ma ancora sottorappresentata nella pratica clinica. L’obiettivo è portare consapevolezza su prevalenza, sintomi, possibili meccanismi biologici e strategie di gestione, promuovendo una maggiore attenzione multidisciplinare alla qualità di vita e al follow-up cognitivo dei pazienti.

Negli ultimi anni, l’oncologia ha compiuto enormi progressi in termini di sopravvivenza, personalizzazione delle cure e gestione degli effetti collaterali fisici. Tuttavia, un aspetto rimane ancora poco discusso nei percorsi clinici standard: il possibile impatto della chemioterapia sulle funzioni cognitive.

Molti pazienti riferiscono difficoltà di memoria, concentrazione, attenzione o una generale “nebbia mentale” durante o dopo i trattamenti. Questa condizione, nota come ChemoBrain o Chemotherapy-Related Cognitive Impairment (CRCI), è oggi ampiamente riconosciuta nella letteratura scientifica, ma non altrettanto nelle pratiche sanitarie private e pubbliche.

Quando utilizziamo questo termine, descriviamo un insieme di sintomi che possono comparire durante o dopo la chemioterapia, con intensità variabile da lieve a significativa. I sintomi più comuni si riferiscono a difficoltà di concentrazione, capacità di ragionamento rallentate, affaticamento mentale, sensazione di “cervello annebbiato” o brain fog, difficoltà nel sonno e nella gestione dell’umore.

Ovviamente, questi sintomi presenti in forma più o meno accentuata vanno a interferire con le normali attività quotidiana, peggiorando la qualità di vita e autonomia dei pazienti. La terapia oncologica funziona e agisce sul target principale ma inizia ad essere evidente che la presa in carico del paziente oncologico debba essere a 360 gradi.

La prevalenza del CRCI varia significativamente negli studi, ma la letteratura concorda su un dato: il fenomeno è tutt’altro che raro.

Numerose pubblicazioni scientifiche indicano che il 20%/70% dei pazienti sottoposti a chemioterapia sperimenta una qualche forma di alterazione cognitiva. Il discrimine è legato al tipo di trattamento e farmaco utilizzato, l’età, presenza di comorbilità ma anche strumenti utili per la valutazione del CRCI.

Una forbice troppo ampia per non essere considerata e che deve far riflettere sulla complessità del fenomeno in questione.

Il CRCI è un fenomeno multifattoriale. Tra i meccanismi proposti c’è la Neuroinfiammazione, la terapia chemioterapica può indurre un aumento delle citochine pro-infiammatoria, che influenza la microglia, la plasticità sinaptica e la neurogenesi; lo Stress Ossidativo in quanto vengono generati radicali liberi che danneggiano le strutture neuronali; Alterazioni metaboliche e vascolari così come Fattori Bio-psico-sociali come fatica, ansia e disturbo del sonno.

Il ChemoBrain non è quindi un fenomeno “psicologico”, ma un effetto biologico reale e documentato.

La sua insorgenza è variabile, può manifestarsi fin dall’inizio della terapia chemioterapica, durante o dopo alcuni mesi dalla fine con una persistenza, del 20/30% dei casi, a lungo termine.

Riconoscerlo è quindi fondamentale per l’impatto che ha sulla qualità di vita dei pazienti e il ritorno alla quotidianità, per l’importanza del riconoscimento clinico facendo comprendere ai pazienti che esiste, che può essere gestito e che non devono sentirsi giudicati, ma soprattutto la presa in carico di questi sintomi deve diventare un tassello chiave per la riabilitazione oncologico e nei programmi di survivorship care.

Ad oggi, non esiste un gold standard univoco per la diagnosi di CRCI. Le metodologie più utilizzate includono test neuropsicologici tradizionali, questionari di autovalutazione e osservazione clinica.

Servono invece strumenti più accessibili, brevi e integrabili nella routine dei centri.

Il ChemoBrain è una realtà clinica ancora sottovalutata, ma rilevante per un numero significativo di pazienti oncologici. Riconoscerlo e affrontarlo significa portare l’attenzione su una dimensione spesso invisibile, ma fondamentale per la qualità di vita.

L’obiettivo dei prossimi anni sarà integrare la valutazione cognitiva nella pratica oncologica, promuovendo un modello di cura che tenga conto non solo della sopravvivenza, ma anche della piena funzionalità quotidiana.

Dott.ssa Federica Peci
Laureata in Psicologia, indirizzo Neuroscienze Cognitive all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Ha conseguito il Master di II Livello in “Neuroscienze Cliniche: valutazione, diagnosi e riabilitazione neuropsicologica e neuromotoria” presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Esperta nell’utilizzo di tecniche di neuromodulazione, neuronavigazione, neurostimolazione. Ha fondato Cerebro®, Startup di Biotecnologie neuroscientifiche. È stata insignita della Menzione speciale “Implementazione team multidisciplinare” dall’Associazione Donne Inventrici e Innovatrici. È giornalista pubblicista iscritta all’Albo dei Giornalisti della Lombardia.

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