Emicrania, malattia di genere che colpisce 11 milioni di donne. Ecco i 10 punti di intervento per combatterla

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Una maggiore consapevolezza sulla malattia e un tempestivo e più facile accesso ai percorsi specialistici di diagnosi-cura, con particolare attenzione alle strategie terapeutiche più efficaci e innovative. Sono alcuni dei dieci punti del Manifesto “Uniti contro l’emicrania” che la Fondazione Onda ha realizzato all’interno del documento “Emicrania: una patologia di genere”, nato con l’obiettivo di richiamare l’attenzione sul tema e portare avanti un impegno corale che coinvolga non solo la società civile e la classe medica ma anche le istituzioni.

In Italia sono 15 milioni le persone che hanno manifestato almeno un episodio di emicrania nella loro vita, di questi 11 milioni sono donne. Secondo l’indagine “Vivere con l’emicrania” condotta nel 2019 dal Censis, che analizza in maniera approfondita il fenomeno, si può parlare a pieno titolo di patologia “di genere”. La malattia, infatti, appare più debilitante per le donne, che definiscono “scadente” il proprio stato di salute nel 34% dei casi contro il 15% degli uomini mentre il tempo medio per arrivare a una diagnosi è doppio per le donne, quasi 8 anni, rispetto agli uomini, per cui parliamo di 4 anni. Inoltre, sono le donne ad avere gli attacchi più lunghi: il 39% ha attacchi di emicrania che superano le 48 ore contro il 12% degli uomini e sono sempre le donne a lamentare maggiormente anche la riduzione delle attività sociali (43 per cento vs 21 per cento) con difficoltà che si manifestano sul lavoro (40 per cento vs 27 per cento), nello svolgimento delle attività domestiche e familiari (36 per cento vs 18 per cento) e nella gestione dei figli (19 per cento vs 8 per cento). In generale, il 70 per cento dei pazienti dichiara di non riuscire a fare nulla durante l’attacco e il 58 per cento vive nell’angoscia dell’arrivo di una nuova crisi.

Tra i punti principali del Manifesto: la necessità di promuovere campagne di sensibilizzazione, potenziare i collegamenti e le sinergie tra i professionisti del territorio e i centri cefalee, garantire un accesso tempestivo ai percorsi diagnostico-terapeutici riducendo i tempi della diagnosi, potenziare la formazione dei medici della medicina generale e specialistica, promuovere l’innovazione terapeutica e facilitarne l’accesso, ridurre l’impatto economico della malattia attraverso la presa in carico precoce del paziente.

«Gli ormoni sessuali femminili hanno un ruolo cruciale nella determinazione delle differenze di genere che si osservano nell’emicrania», ha dichiarato Piero Barbanti, Presidente ANIRCEF, Associazione Neurologica Italiana per la Ricerca sulle Cefalee e Presidente AIC Onlus, Associazione Italiana per la Lotta contro le Cefalee «Esiste, infatti, una correlazione tra le cicliche variazioni ormonali, in particolare degli estrogeni, e la ricorrenza degli attacchi emicranici. L’emicrania compare nella donna tipicamente dopo il menarca, presentando durante l’età riproduttiva una caratteristica periodicità che correla con le fluttuazioni ormonali: le fasi di maggiore severità si osservano infatti nel periodo mestruale e ovulatorio».

Ma la prevalenza dell’emicrania nella donna non è solo questione di ormoni. La maggiore velocità del cervello femminile lo espone infatti a maggiore rischio di attacchi.
«È essenziale una diagnosi tempestiva – ha aggiunto Barbanti – per instaurare le cure corrette, ridurre il rischio di cronicizzazione e di iperuso di farmaci ed evitare inutili peregrinazioni. Questo purtroppo ancora oggi non avviene. Il progetto IRON (parte del registro italiano dell’emicrania I-GRAINE) – condotto su 866 pazienti affetti da emicrania cronica visitati presso 24 centri cefalee italiani – ha infatti documentato che l’intervallo che intercorre tra l’esordio dell’emicrania ed il primo accesso ad un centro cefalee è pari a circa 20 anni e che l’80% degli esami diagnostici eseguiti nel frattempo è perfettamente inutile. Infine, lo studio IRON ha dimostrato che il paziente con emicrania cronica consulta in media da 8 a 18 diversi specialisti nel corso della propria vita, a causa dell’emicrania. Occorre dunque elevare il livello di preparazione dei medici sul tema dell’emicrania cominciando dalla formazione universitaria, molto carente a questo riguardo. Ma occorre anche allargare il numero dei centri cefalee universitari, ospedalieri e territoriali sul territorio nazionale, definendo allo stesso tempo percorsi specifici affinché ciascun paziente incontri la giusta figura medica per la propria emicrania, sulla base della sua complessità».

Si stima che in Europa soffrire di emicrania costa complessivamente dai 18 ai 27 miliardi di euro, mentre in Italia, stando ai dati raccolti dallo studio My Migraine Voice, è stato calcolato che il costo annuale legato alla perdita di produttività in persone con 4 o più giorni di emicrania al mese ammonti a 7,6 miliardi di euro.

Il documento “Emicrania: una patologia di genere”, ha raccolto il patrocinio di AIC (Associazione Italiana per la Lotta contro le Cefalee), AINAT (Associazione Italiana Neurologi Ambulatoriali Territoriali), AL.CE – (Alleanza Cefalalgici Group CIRNA Foundation ONLUS ), ANIRCEF (Associazione Neurologica Italiana per la Ricerca sulle Cefalee), FISC (Fondazione Italiana per lo Studio delle Cefalee Onlus), SNO (Società dei Neurologi Neurochirurghi Neuroradiologi Ospedalieri italiani), ed è stato realizzato con il contributo incondizionato di Allergan an Abbvie Company, Lundbeck e Teva.

Fonte Doctor 33

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