La difficile arte di dire “NO” ai bambini

Non possiamo parlare di limiti posti ai bambini se non consideriamo la componente affettiva e di legame con loro: senza una prospettiva di ascolto e apertura, senza un progetto educativo chiaro e condiviso tra i genitori, il “NO” non avrebbe nessun significato.

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Sempre più spesso genitori ed educatori si trovano in difficoltà rispetto al loro ruolo educativo. Si chiedono dove sia il limite tra un’educazione affettiva ed un’educazione normativa, quanto assecondare i desideri dei bambini e quanto invece seguire i bisogni che occorre garantire loro.

Un esempio concreto: un bambino piccolo di due anni circa desidera sicuramente più di ogni altra cosa stare sveglio fino a sera tarda per giocare; probabilmente inizia anche ad avvertire paura ad addormentarsi perché potrebbe accadere qualcosa di incontrollabile. Per il genitore invece, il bisogno avvertito è quello di garantire un numero sufficiente di ore di sonno per il suo benessere fisico e psicologico.

Ma a cosa serve porre un LIMITE all’interno della relazione?

Intanto è interessante l’etimologia della parola stessa, che deriva dal latino LIMES e significa “LINEA”: precisamente era la linea condotta trasversalmente nel terreno dall’agrimensore quando misurava e divideva i lotti da distribuire ai coloni. Poiché queste linee tra lotto e lotto erano segnate da strade, il Limes passò ad avere con il tempo il significato di STRADA.

Quindi il LIMITE rappresenta una STRADA, delimitata ma insieme aperta, qualcosa di fortificato e frutto di sforzi, battaglie e atti di coraggio; “limite” inteso come strumento che si è dato l’uomo per addomesticare la propria paura verso l’ignoto che atterrisce, ma anche come qualcosa da superare, come solo i più coraggiosi e folli hanno osato oltrepassare.

Non possiamo parlare di limiti posti ai bambini se non consideriamo la componente affettiva e di legame con loro: senza una prospettiva di ascolto e apertura, senza un progetto educativo chiaro e condiviso tra i genitori, il “NO” non avrebbe nessun significato.

Durante le varie fasi del bambino i LIMITI hanno funzioni diverse. Durante la prima infanzia il “NO” rappresenta il DIVIETO: il bambino comincia ad esplorare lo spazio, incontra pericoli e può avere comportamenti che devono essere inibiti, come mettere le mani in una presa della luce o mordere un altro bambino. Il NO dovrà allora essere dato in modo chiaro, immediato e rassicurante, senza inutili spiegazioni che per il bambino risultano incomprensibili.

Tra la prima e seconda infanzia, quando i bambini iniziano ad instaurare relazioni tra pari, i “NO” hanno la funzione di ARGINE, danno la misura all’energia e al senso di onnipotenza sul mondo del bambino; riconoscere i limiti delle proprie possibilità aiuta i bambini a farli attivare nuove risorse e competenze, oltre a gestire la frustrazione che nasce dall’incontro con l’altro.

Nella seconda infanzia e preadolescenza il “NO” è quello della REGOLA, perché punta all’autonomia: il ragazzino/a comincia ad orientarsi nel mondo e la regola non tende a limitare la sua libertà personale ma piuttosto a definire gli ambiti dii esercizio della propria libertà e della convivenza comune.

Infine, nel periodo dell’adolescenza, il limite ha la funzione di aiutare i ragazzi a scoprire e portare avanti il proprio progetto di vita: spesso i vincoli posti dai grandi comportano conflittualità e non possono essere imposti dall’alto; occorre NEGOZIARE e capacità di interrogarsi per mettersi veramente in ascolto dei figli.

Ma come mai è così difficile fare rispettare questi limiti?

  • Spesso si confonde la sofferenza con la frustrazione: ciò che ferisce i figli non è tanto il rifiuto di fronte ad una richiesta continua e impossibile, quanto il fatto che ciò che vogliono e chiedono sia indifferente per gli adulti. Spesso dietro queste richieste occorre mettersi in ascolto profondo dei veri bisogni, altrimenti si rischia di condiscendere alimentando illusioni di onnipotenza o spaesamento.

  • Il senso di colpa dei genitori: tante ore fuori casa per impegni lavorativi porta gli adulti a lasciar perdere e a non fare rispettare quel limite che si erano preposti; si cede perché si “teme di litigare” o perché “torno tardi e non riprendo quel comportamento.. mi sento in colpa per la mia assenza”. Serve anche una misura alla propria disponibilità che varia comunque a seconda delle fasi di vita del figlio/a.

  • Si teme la Separazione: il “NO” rappresenta un cambio di posizione , un distacco e una distanza, uno spazio tra Me e Te. Ma significa anche entrare in contatto e sostenere il rapporto; il “NO” è sinonimo di autonomia.

Quali strategie generali possiamo considerare?

  • Il “No” deve impedire nel bambino piccolo che quel tipo di comportamento venga eseguito: si potrà allora sviare l’attenzione del piccolo su altro oppure spostarlo fisicamente.

  • Il “NO”, “Basta” ecc. dovranno essere ripetuti ogni volta, nel momento immediato in cui necessitano, poiché i bambini non sono in grado di autoregolarsi e questo comporta presenza, sostegno e vicinanza da parte dell’adulto.

  • Poche e chiare regole: spesso si danno troppe regole e confuse. Queste regole dovrebbero riguardare principalmente la sicurezza quando il bambino è più piccolo, poi la pacifica convivenza famigliare di seguito. Con i bambini più grandi, le regole dovrebbero essere discusse prima perché non appaiano come una punizione.

  • I genitori dovrebbero essere concordi sul progetto educativo dato ai propri figli, per non creare confusione di richieste, spesso incongruenti tra loro.

Ma il collante di tutto, la vera integrazione tra affettività e regola è rappresentato dal legame di attaccamento: dove non ci sia un buon clima affettivo e una buona relazione o nel momento in cui non si senta riconoscimento e accettazione incondizionata da parte dei genitori, i figli forse potranno assecondare il genitore “autoritario” per paura o dovere, ma quei “NO” rimarranno senza peso ed inutili, creando un clima distaccato tra genitori e figli.

L’”autorevolezza” degli adulti al contrario, comporta una relazione gerarchica per ruolo, in cui i figli o allievi possano sentire la protezione e benevolenza da parte dei grandi: una presenza e ascolto oltre le parole dette, un contatto ma anche rispetto degli spazi altrui, di limiti dati ma anche di espressioni di affetto.. e capacità di mettersi in gioco sempre, in ogni fase di vita che il bambino/a attraversa.

 

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Dott.ssa Claudia Bertozzini
L’attività che svolgo come Psicologa in libera professione, si è succeduta ad una preparazione nel settore sanitario come Fisioterapista, professione che ho svolto per diversi anni presso un Ospedale Privato Accreditato di Rimini. Oltre al settore neurologico, ho sempre svolto parallelamente metodi di Rieducazione posturale e Corpo-Coscienza conducendo sessioni individuali e di gruppo, volti alla consapevolezza e conoscenza di sé, all’aggiustamento posturale e gestione delle emozioni. Da questa branca della medicina, la curiosità mi ha portata ad estendere gli studi verso una visione più globale della persona, attraverso la formazione in Psicologia clinica, integrata a percorsi di Counseling gestaltico in un’ottica fenomenologica esistenziale e di Counseling aziendale per la gestione, sviluppo ed amministrazione delle risorse umane. Ho svolto di seguito, per diversi anni, la mia attività come Psicologa presso un Ospedale Accreditato di Rimini ricoprendo diverse funzioni: presso il servizio di Risorse Umane svolgendo la selezione del personale sanitario, nei reparti come sostegno ai pazienti e loro familiari, nella formazione dedicata agli operatori sanitari. Attualmente la mia attività di Psicologa in libera professione si concentra sulla persona attraverso incontri individuali, di coppia e famigliari; mi occupo inoltre di gruppi di adulti ed adolescenti con diverse finalità, anche attraverso laboratori esperienziali. Mi dedico infine alla Formazione, collaborando presso diversi Enti, per l’acquisizione di competenze trasversali quali la comunicazione efficace, il problem solving e la gestione dei conflitti.

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