Lo status socioeconomico è legato alla sopravvivenza dopo un arresto cardiaco in ospedale

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La provenienza da un ambiente socioeconomico (Ses) svantaggiato riduce le probabilità di ricevere una pronta rianimazione cardiopolmonare nei soggetti ricoverati in ospedale dopo un arresto cardiaco, limitando le probabilità di sopravvivere in questi pazienti rispetto a quelli provenienti da un Ses più elevato. Ecco, in sintesi, i risultati di uno studio svolto in Svezia su oltre 24.000 pazienti e appena pubblicato sull’European Heart Journal.

«Sebbene fosse noto che le persone con basso Ses avessero meno probabilità di sopravvivere a un arresto cardiaco improvviso extra-ospedaliero rispetto a quelle con Ses elevato, non era chiaro se lo stesso valesse anche per le persone ricoverate in ospedale, dove lo standard di cura dovrebbe essere il medesimo per tutti, indipendentemente dal background sociale ed economico» esordisce il coautore Jens Agerström dell’Università Linnaeus a Kalmar in Svezia, che assieme ai colleghi ha invece scoperto che i degenti con redditi e istruzione più elevati hanno un rischio significativamente minore di subire ritardi nella rianimazione cardiopolmonare dopo un arresto cardiaco, cosa che aumenta in modo significativo le probabilità di sopravvivere fino alla dimissione e per 30 giorni dopo l’arresto. Per giungere a queste conclusioni, i ricercatori hanno analizzato i dati del Registro nazionale svedese di rianimazione cardiopolmonare in 24.217 arresti cardiaci verificatisi in pazienti di età pari o superiore a 40 anni negli ospedali svedesi tra il 2005 e il 2018. I risultati ottenuti sono stati incrociati con lo status socioeconomico di ciascun individuo e l’analisi statistica è stata eseguita tenendo conto di eventuali fattori confondenti come età, genere, etnia, comorbilità, ospedale in cui sono stati trattati, ritmo cardiaco e causa dell’arresto. «Dato che le persone con basso Ses sono spesso oggetto di pregiudizio in molte società e culture, è possibile che ci siano disparità anche nel trattamento e nella prognosi di un arresto cardiaco in ospedale» conclude Agerström.

European Heart Journal. 2020. Doi: 10.1093/eurheartj/ehaa954
http://doi.org/10.1093/eurheartj/ehaa954

 

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